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Qui trovate un mio articolo pubblicato su Mondo 0-3 nr. 6 – 2014 dell’editrice La Scuola

 

 

“Date parole al vostro dolore;

il dolore che non parla sussurra al cuore troppo

gonfio e lo invita a spezzarsi”

W. Shakespeare

 

“Vi è sofferenza in noi, per la semplice virtù

di essere nati umani”

Euripide

 

 

Nonostante nella nostra società il tema “dolore” associato all’infanzia non sia particolarmente considerato, è innegabile che, nella loro quotidianità, i bambini debbano costantemente fare i conti con esperienze dolorose, in cui talvolta si trovano da soli, proprio perché gli adulti non li reputano “capaci” di soffrire.

In questo senso, il mito dell’infanzia come età dell’oro, priva di problemi e sofferenze, è duro a morire e, ancora oggi, molti adulti sono portati a negare la realtà del dolore infantile, sminuendola, ridicolizzandola e considerandola banale se paragonata alle problematiche dei grandi.

Senz’altro i bambini non si confrontano (almeno non direttamente) con il mutuo da pagare, la crisi economica, la perdita del posto di lavoro, ecc. ma, dal loro punto di vista, la rottura del giocattolo preferito, il rifiuto da parte di un compagno o la “sgridata” ricevuta sono altrettanto emotivamente carichi dei problemi di noi adulti. Infatti, i piccoli non hanno la capacità di mettere in prospettiva gli eventi come noi e pertanto la macchinina preferita rotta, nel qui e ora dell’eterno presente infantile, suscita un vissuto altrettanto reale, potente e intenso quanto quello che esperisce un adulto di fronte ai suoi problemi da “grande”.

Oltre agli eventi di ordine quotidiano, i bambini si confrontano con altre situazioni ancora più pregnanti e che li mettono considerevolmente alla prova. Pensiamo, per esempio, alla nascita di un fratellino o di una sorellina, a un trasloco, alla separazione dei genitori, a un ricovero ospedaliero, a un lutto. Si tratta di eventi che possono mettere in difficoltà gli adulti, a maggior ragione ne vengono toccati i bambini.

Il dolore dei bambini può spaventare gli adulti, che per questo evitano o cercano di eliminare la sofferenza dei piccoli, attraverso tentativi di fuga o distrazione dalle emozioni. Tali modalità mirano a proteggere dai vissuti dolorosi non solo i bambini, ma anche se stessi. Un esempio su tutti è quello della morte, nella nostra cultura argomento tabù tra adulti e ancora di più con i bambini, ai quali si racconta spesso di tutto tranne che la verità, perché ritenuta incomprensibile e troppo penosa.

Così, i bambini restano “scoperti” di fronte alle esperienze dolorose che però non possono evitare, si sentono confusi e disorientati e rischiano di non avere gli strumenti e gli appoggi per farvi fronte.

I bambini, se accompagnati da adulti empatici e supportivi, possono far fronte a emozioni anche molto spiacevoli: si tratta di non lasciarli soli, di non abdicare al proprio ruolo proprio nel momento in cui ve n’è più bisogno: “Il bambino può vivere i sentimenti solo se c’è una persona che con questi sentimenti lo accetta, lo comprende, lo asseconda. Se manca tale condizione, se il bambino per vivere un sentimento deve rischiare di perdere l’amore della madre o della figura materna sostitutiva, se deve reagire ‘per conto suo’, in segreto, ai sentimenti più naturali, allora preferisce non viverli affatto” (Miller, 1979).

Un altro aspetto da considerare riguarda l’imperante cultura efficientista e performante che oggigiorno prevale. Per essere “adeguati” è necessario essere efficienti, efficaci, belli, in forma, intelligenti, veloci, allegri, felici, estroversi. Tutto ciò che non si uniforma a questo modello è “disturbato” e “disturbante”, per cui emozioni come tristezza, nostalgia, dolore, disagio non trovano diritto di cittadinanza: non c’è spazio per contemplare questi stati dell’essere, che devono perciò essere presto superati (eventualmente anche con l’ausilio di sostanze e medicine, oggi così diffuse).

Ma il dolore è ineliminabile, è universale…

Nell’interessante volume L’infanzia non è un gioco, lo psichiatra Stefano Benzoni (2013) evidenzia la grande fatica degli adulti di oggi nell’accettare e legittimare il fatto che essere bambini possa anche significare sentirsi tristi, infelici, addolorati.

Oggi si “pretende” che i bambini sperimentino solo emozioni “positive” e qualsiasi perturbazione a questo dogma viene vissuta come una violenza, un abuso all’infanzia. Si pensa così di essere dei “paladini” dei bambini, cercando a tutti i costi di evitare loro qualsiasi sofferenza, senza rendersi conto che, in questo modo, si impedisce lo strutturarsi di una personalità solida e stabile, capace di affrontare gli urti della vita in modo efficace. Di fatto, non si promuove la resilienza 1

 

“Bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità” 

U. Galimberti

 

“Ogni volta che si pronuncia il termine dolore affiancato alla parola infanzia si fatica a prendere in considerazione il dolore dei sentimenti privilegiando

inconsapevolmente la riflessione sul dolore fisico. Questa nostra difficoltà trasmette ai bambini l’idea che il dolore fisico sia più importante, se non altro

perché tenuto in considerazione dagli adulti di riferimento, di quello che posso definire ‘dolore dei sentimenti’. Proprio per questo motivo, dunque, la

nostalgia della mamma, le difficoltà nelle relazioni amicali e/o l’incapacità di eseguire un compito si trasformano spesso in lancinanti ‘mal di pancia’, fastidiosi

mal di testa o in male ai denti, escamotage che permettono ai bambini di vedere riconosciuto il loro sentire, quel sentire che non sono in grado di

dire o che non vogliono più dire perché liquidato con un ‘non è niente, poi passa’, anche se, per essere preso in considerazione, deve assumere

spoglie diverse” M. Schenetti

 

Il risultato che può scaturire da questo atteggiamento è che i bambini talvolta non “hanno le parole per dirlo”, non acquisiscono un vocabolario in grado di comunicare ciò che sentono agitarsi in loro: ciò di cui hanno paura, ciò che suscita loro rabbia, disagio, malinconia, ma anche gioia e soddisfazione.

Così i bambini si “comportano”: c’è chi piange sempre, chi ride sempre, chi fa “l’aggressivo”, chi si isola, chi non coopera, chi ha mal di pancia o mal di testa e così via.

Certamente non per forza tali modalità vanno lette come segnali di un dolore interiore, ma esperienze dolorose non riconosciute o trascurate dagli adulti possono portare a situazioni di disagio, tali per cui il bambino può manifestare dei cambiamenti a livello del comportamento o non procedere nella crescita.

Definire l’infanzia come un valore da salvaguardare non dovrebbe quindi significare difenderla da ogni pericolo, in una mania di onnipotenza dell’adulto iperprotettivo, ma accompagnarla ad affrontare qualsiasi ostacolo o minaccia. Per proteggere davvero un bambino dal dolore è necessario insegnargli a viverlo, consentirgli il dolore:“l’unico modo per smettere di soffrire è proprio riuscire a soffrire” (Sunderland, 2003).

Oggi, quindi, troviamo bambini competenti su diversi piani, ma talvolta fragili dal punto di vista emotivo, perché gli adulti intorno a loro non hanno più il tempo, né talvolta gli strumenti, per educarli alle emozioni, soprattutto a quelle “negative”.

Ci si dovrebbe quindi impegnare per rintracciare la sofferenza del bambino, “per tentare di scoprire dove si è nascosta e sotto quali spoglie, per stanarla e aiutarla a ‘prendere forma’, ovvero a connotarsi in termini di significato, anziché permanere come magma dolorosamente indicibile. Infatti, la forza autentica che un bambino può conquistare deriva proprio dalla possibilità di elaborare i suoi vissuti e le sue esperienze più significative, di quelle dolorose in primis, organizzandole sul piano cognitivo-emozionale e rendendole oggetto di comunicazione da poter condividere con qualcun altro” (Contini, 2004).

Allo scopo di accompagnare i piccoli nell’affrontare e gestire le loro esperienze dolorose è necessario che gli adulti riconoscano, comprendano e accettino “il dolore bambino” (Schenetti, 2006), diverso ma non per questo meno significativo di quello dei grandi. Per esempio, un bambino che sembra apparentemente indifferente di fronte a un lutto, potrebbe invece comunicare una forte intensità del suo dolore, tale per cui ha bisogno di negarlo e di negare i fatti, comportandosi come se nulla fosse accaduto. È importante avere consapevolezza del fatto che i bambini possono esprimere il dolore in modi alquanto differenti da quelli di un adulto, per cui gli educatori (in senso ampio) hanno bisogno di mantenere alta l’attenzione verso le diverse forme espressive attraverso cui i piccoli possono comunicare i loro stati interiori, in modo più o meno evidente.

 

Come è possibile educare i bambini alla gestione del disagio, della sofferenza, del dolore?

 

In prima battuta, si tratta di creare spazi e tempi di ascolto e rispecchiamento dei vissuti dei piccoli, utilizzando la propria competenza emotiva e favorendo così lo sviluppo della stessa nei bambini.

Inoltre, l’intervento educativo dovrebbe focalizzarsi sul dare loro speranza: essi devono poter mantenere dentro di sé l’idea di un futuro in cui la sofferenza può essere superata, senza per questo negarla o reprimerla. I bambini, cioè, hanno bisogno di comprendere che le emozioni vanno e vengono, non sono “per sempre”, riconoscendo la normale alternanza, nella vita, di gioia e dolore.

Gli adulti possono poi supportare i bambini fornendo loro delle occasioni attraverso cui (sempre senza negare il dolore) possano sentirsi protagonisti, capaci di agire nel mondo e sul mondo e di dare un significato diverso all’esperienza vissuta.

In questo senso, possono essere molto utili le attività espressive, le quali consentono di rappresentare ed esprimere le emozioni in un contesto protetto, prestandosi alla proiezione del mondo interno dei piccoli: attività grafico-pittoriche, manipolative, musicali, teatrali oltre alla psicomotricità ed alla narrazione.

Affinché gli adulti possano operare in questa direzione è però fondamentale che essi lavorino su di sé, per sviluppare le competenze indispensabili a decodificare i comportamenti e i messaggi che i piccoli trasmettono “in codice”, accompagnandoli nel percorso difficile, ma prioritario, di dare spazio e lasciar parlare le loro emozioni.

 

Silvia Iaccarino

Nota

1 Si veda anche “Mondo zero3”, 2013, n. 2, pp. 4-6.

 

Riferimenti bibliografici

S. Benzoni, L’infanzia non è un gioco: paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Laterza, Bari 2013.

L.M. Bomber, F. Vadilonga (a cura di), Feriti dentro. Strumenti a sostegno dei bambini con difficoltà di attaccamento a scuola, FrancoAngeli, Milano 2012.

B. Cyrulnik, E. Malaguti (a cura di), Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi, Erickson, Trento 2005.

M.G. Contini, Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi, in “Infanzia”, 2004, n. 5.

U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007.

S. Gerhardt, Perché si devono amare i bambini, Raffaello Cortina, Milano 2006.

P. Milani (a cura di), Co-educare i bambini, Pensa Multimedia, Lecce 2008.

A. Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, Bollati Borighieri, Torino 1988.

G. Nicolodi, Il disagio educativo al nido e alla scuola dell’infanzia, FrancoAngeli, Milano 2008.

M. Schenetti, Comprendere il dolore bambino, Perdisa, Bologna, 2006.

M. Sunderland, Aiutare i bambini a superare lutti e perdite, Erickson, Trento, 2006

 

Qui il pdf dell’articolo: il dolore dei bambini

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